Strangolino di Ponti sul Mincio

Per la millenaria serie “non si butta via niente”, quello che era un espediente sarebbe salito di tono fino alla specialità da mettere in tavola, come è per lo strangolino di Ponti sul Mincio.


Cenni Storici

Possiamo serenamente considerarlo cugino di primo grado degli strangolapreti, strozzapreti, strangozzi presenti nel mangiar sudtirolese, altoatesino, trentino e poi, a scendere, romagnolo, marchigiano, abruzzese e fino in Calabria, senza trascurare gli struzzapret della Corsica. Quanto meno, gli strangolini si ingentiliscono nel diminutivo e non si accaniscono contro il clero, rimanendo nel generico delle possibili vittime da (gradevole) strafogamento.

Altro legame di parentela viene logico con i capunsèi, vantati nel resto delle Colline Moreniche, a loro volta nell’albero genealogico dei knodel, variamente coniugati nelle cucine della Mitteleuropa: Germania sud-orientale, Cekia, Slovacchia e in Italia, diventando canederli.

I mangiari, spesso, hanno una loro geografia ma allora, chissà come e perché il capunsèl e il parente stretto strangolino si sono stanziati nell’area ben definita che da Ponti sul Mincio scende a Castiglione delle Stiviere, Monzambano, Solferino, Cavriana, Volta Mantovana per chiudersi a Goito?

L’ipotesi dell’importazione dal Tirolo trova un riscontro nell’attualità a Cereta, frazione di Volta Mantovana: se mettete nel navigatore Via Borgo Tirolo, arriverete a destinazione, testimonianza di una calata dal Nord, probabilmente del ‘700. Emigrati certamente senza conti in banca, si portavano la loro cucina povera e semplice, quindi facilmente imitabile dagli indigeni.

Ma sembra proprio che lo strangolino e il capunsèl siano venuti sì dal Tirolo, ma come tappa di un percorso partito da più lontano.

La famiglie nobili tirolesi si facevano arrivare dalla Boemia balie e cameriere, che a casa loro preparavano il Servietteknὅdel, impasto di pane ridotto a salsicciotto e avvolto in una salvietta per mantenerlo in forma.

Sia come sia, il Vocabolario Mantovano – Italiano di Ferdinando Arrivabene, edito nel 1882, porta il lemma “Strangolapreti”, traducendolo in “Ravioli”, però spiegando: “Vivanda fatta di erbe battute con ricotta, cacio, uova ed altro, e si divide in piccoli pezzi bislunghi”.

Qualche minimo documento, dunque, c’è ma perché non stare al gioco suggestivo di chi racconta come un branco di Lanzichenecchi, brutta gente affamata, piombasse in un maso del Sudtirolo, trovando una contadina.

Terrorizzata, improvvisava quel che aveva: pane vecchio, cipolla, uova, un po’ di speck, erbette raccolte nell’orto e tagliate sottili. Riduceva l’impasto a palline, cotte e servite a quei soldatacci che ne mangiarono tante da cadere, dopo, addormentati.

I Lanzichenecchi, tedeschi, luterani, sono passati per le Colline Moreniche nel 1526, diretti a Roma e poi nel 1630, purtroppo con il terribile “sacco di Mantova”. Di certo entrarono anche in Volta Mantovana, il 27 gennaio 1630, abbandonandosi ad una spaventosa carneficina. Altro da pensare che alla cucina, vuotavano le dispense.

Nella storia più recente lo strangolino è stato utilizzato come contorno servito per accompagnare un piatto di carne. Attualmente sono presentati come primo piatto condito con burro fuso aromatizzato con delle foglie di salvia.


Ricetta

Dosi per 10 persone: - 500 g di pane grattugiato (ciabattine o rosette) - 150 g di burro - 150 g di Grana Padano DOP grattugiato - 6 uova intere - 400 ml di brodo vegetale - 1 noce moscata intera

Procedimento

Mettere il pane grattugiato in una bacinella capiente e grattarvi dentro tutta la noce moscata. Nel frattempo fate sciogliere il burro a fuoco medio fino a farlo diventare color nocciola, toglietelo dal fuoco e aggiungetelo al pane grattugiato. Mescolate con l’aiuto di un cucchiaio e quando il burro sarà bene amalgamato con il pane aggiungete il brodo ben caldo poco alla volta. Fatto questo aggiungete il Grana Padano e subito dopo le uova intere. Impastate con le mani ottenendo un composto omogeneo né troppo morbido e né troppo sodo. Togliete ora dei pezzi d’impasto di piccole dimensioni e con il palmo della mano formate delle piccole palline ovali della lunghezza di circa 5 centimetri.

Cottura e servizio

Portate una pentola di brodo a bollore e tuffateceli al suo interno (saranno pronti non appena tornano a galla), scolateli e serviteli cospargendoli di burro fuso aromatizzato con delle foglie di salvia.